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Cooperazione culturale

 

Cooperazione culturale

 

Cooperazione culturale 

I collegamenti storici  

La fioritura dei rapporti culturali tra Italia e Israele - celebrati in modo particolare nel 2008, nell’ambito dei Sessanta anni di indipendenza dello Stato ebraico e dei  Sessanta anni di relazioni tra i due Paesi, con la Mostra ITALIA EBRAICA, oltre 2000 anni di incontro tra la cultura italiana e l’ebraismo e poi, nel 2009, in occasione del Centenario di Tel Aviv, con la maestosa tournée del Teatro alla Scala di Milano - va letta tenendo in considerazione l’intensità e la frequenza dei collegamenti storici tra la Penisola italiana e la Terra di Israele. Non a caso l’Italia ha voluto segnare il sessantesimo anniversario di Israele con una grande esposizione allestita a Tel Aviv (Eretz Israel Museum, 4 Dicembre 2007 – 28 Febbraio 2008) ma interamente finanziata dalle Istituzioni italiane e visitata da oltre 70.000 israeliani. Essa ha sottolineato il dialogo secolare ed unico tra la fecondità artistica italiana e il vigore spirituale ebraico, creatore di esperienze irripetibili in tutti i campi. Un percorso di oltre duecento oggetti ha illustrato la convivenza tra due culture egualmente orgogliose ed egualmente produttive. Ventidue secoli, in cui è stata espressa, seppure nell’alternarsi di periodi più nitidi ed altri più oscuri, una spontanea volontà di scambio. La comunità ebraica vanta una presenza in Italia ininterrotta ed il suo contributo alla cultura ebraica in generale e alla vita sociale e intellettuale del paese è stato nei secoli ingente e notevolmente superiore alla sua consistenza numerica, tanto da rappresentare un fenomeno unico nella storia della diaspora. La Penisola italica è dunque vista come  prisma di scambi e cultura anche per l’ebraismo e proprio recentemente si segnala la nascita, in Israele, di un’associazione per lo Studio della Storia degli Ebrei d’Italia (ASSEI).
La forte contaminazione culturale tra le due Terre non passa tuttavia solo attraverso la storia ebraica. Commercio e migrazione, interessi strategici religione e conquiste, concorrenza, potere, fede e destino: tutti ingredienti che hanno contribuito a forgiare una lunga storia di contatti, esistiti ancora prima dei Romani a causa della vicinanza geografica e del naturale muoversi degli uomini. Si è consapevoli di questo forte legame quando si ritrovano nei musei archeologici di Israele gli stessi artefatti usati migliaia di anni fa in Sicilia, in Sardegna, sulle coste campane e liguri. Lo si afferra di fronte all’acquedotto romano che corre dalla spiaggia di Cesarea, verso Nord.    
Il retaggio più italiano lo si incontra  a San Giovanni d’Acri, oggi Acco. La bella città, incastonata come una perla nella costa settentrionale di Israele, è ancora oggi testimonianza del periodo più aureo delle Repubbliche Marinare, con il porto pisano, il bastione genovese, il quartiere veneziano e quello amalfitano. Le sue magnifiche sale crociate, le mura, le torri e i canali sotterranei furono progettati e costruiti da italiani. Furono ancora i mercanti amalfitani a costruire in epoca crociata un ospizio-ospedale di sostegno ai pellegrini, proprio a ridosso del Santo Sepolcro (conosciuto come il Muristan). Pellegrini genovesi, veneziani, fiorentini, ferraresi, ascolani e napoletani ci hanno lasciato nei propri scritti il racconto di lunghi e tribolati viaggi legati alla fede, non solo in periodo crociato, ma anche in epoche successive.  Molto più avanti, nel periodo ottomano, furono artigiani italiani ad affrescare le case patrizie di Nazaret, i cui interni ricordano scorci veneti e lombardi. Israele è pure culla dei Luoghi Santi cristiani, oggetto anch’essi di viaggi e preghiere, conquiste e desiderio di espansione, per alcuni soglia di un sogno, per altri punto di riferimento, casa. Luoghi che hanno attratto pellegrini e guerrieri, poeti e pittori, condottieri, politici e architetti. Si pensi ad Ermete Pierotti, il giovane ingegnere modenese che nella seconda metà dell’Ottocento decise di misurare e  documentare  questa Terra in mappe rimaste fondamentali per tutti gli studiosi che gli successero, fino ai nostri giorni. Si ricordi un semplice chierico di Genova, Antonio Belloni, che nel 1873 fondò sulle colline della Giudea la prima comunità di salesiani. Oggi la casa salesiana di Beit Gimal resta per tutti un angolo italiano, incomprensibile senza conoscere la storia tutta italiana dell’ordine salesiano ed i valori civili di educazione ed italianità che esso ha perpetuato anche in Terra Santa: a Nazaret, Betlemme, Giaffa, Haifa, Gerusalemme, dove  nel quartiere di Musrara, di fronte alla porta di Damasco, le suore ancora raccolgono in un asilo bimbi arabi ed ebrei. A pochi passi da lì, in quella che oggi è chiamata Via Ha Rav Kook, sorgeva un tempo il Consolato Italiano, il collegamento fisico e politico tra i luoghi santi cristiani e gli interessi dell’Italia. Poche strade più in là, sempre a ridosso della lunga via Giaffa, si trovava l’Ospedale italiano di Gerusalemme, i cui edifici, oggi adibiti a uffici del Ministero israeliano dell’Educazione, offrono ancora uno scorcio italiano in cui si intersecano gli stili del fiorentino Palazzo della Signoria con quelli della Torre senese del Mangia.          
Nel 1887, in anni di forte concorrenza tra Italia e Francia per garantirsi la protezione dei Luoghi Santi nel Vicino Oriente, fu fondata a Torino la Società Missionaria Italiana allo scopo di aiutare i cattolici della Terra Santa a mantenere il carattere nazionale delle proprie istituzioni. Nell’estate del 1912 due giovani fratelli romani, entrambi architetti, Giulio e Antonio Berluzzi, incontrarono il professor Ernesto Schiapparelli, fondatore della Società Missionaria e noto egittologo, per discutere la costruzione di un ospedale italiano a Gerusalemme che avesse almeno un centinaio di letti. Il lavoro, avviato presto ma interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale (durante la quale molti italiani furono evacuati dalla Palestina), fu completato solo quando Gerusalemme cadde nelle mani degli inglesi e l’Alto Commissario  britannico autorizzò la Società missionaria ad inaugurare  l’ospedale. A cavallo tra il XIX e il XX secolo furono costruiti anche gli ospedali italiani di Nazaret e di Haifa: il primo fu edificato nel 1884 dall’Ordine ospedaliero di S. Giovanni (Fatebenefratelli), il secondo inaugurato solo nel 1933 durante il periodo di influenza fascista, di cui la facciata riporta ancora i simboli nei fasci inseriti nella decorazione.          
Nello stesso periodo, la presenza italiana nella Palestina mandataria inglese si esprimeva con il tentativo di penetrazione ed espansione culturale del regime fascista in tutto il bacino mediterraneo. In Libia come a Rodi (dove il regime fascista aiutò la fondazione di un collegio rabbinico italiano che formò una intera generazione di rabbini), in Egitto come a Gerusalemme, l’Italia cercava alleati nelle società civili, uomini che potessero trasmettere attraverso la cultura, qualora fosse impossibile con la politica, i valori e gli interessi dell’Italia.  Ogni giorno, migliaia di persone attraversano a piedi o in auto l’incrocio tra la Via Giaffa e la Via Shlom Zion Ha Malka`a Gerusalemme, dominato ancora oggi da un grande leone di pietra in marmo di Carrara simbolo della Assicurazioni Generali, il cui palazzo fu progettato nel 1935 dall’architetto Marcello Piacentini.
A quel tempo l’Italia vantava anche diversi contatti con gli ebrei di Palestina e con il movimento sionista in generale.  Già all’inizio del XIX secolo, un giovane militante politico calabrese, Benedetto Musolino, aveva auspicato il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa. Musolino si sarebbe poi unito ai garibaldini, in un’epoca in cui il Risorgimento trascinava gli animi e l’azione di centinaia di ebrei italiani. La partecipazione al movimento nazionale italiano rappresentava per gli ebrei un modo per completare e rafforzare la propria “emancipazione” ad uno status del tutto paritario agli altri cittadini. Allo stesso tempo il Risorgimento era di ispirazione anche per gli ebrei non italiani: un segnale che si potesse lottare per la propria terra e la propria indipendenza nazionale. La metafora di un popolo che anela a tornare alla terra promessa è non a caso rappresentata nel Nabucco di Verdi, opera con la quale l’Opera di Israele ha scelto di festeggiare, nel 2010, i primi 25 anni della propria vita con una straordinaria edizione allestita nel deserto, ai piedi di Massada.
In modo parallelo, gli ebrei cominciarono a guardare al Risorgimento come all’esempio più di successo della rinascita di un popolo, della sua cultura e della sua lingua e del riscatto di una indipendenza totale da altri popoli, da altri poteri. Uno dei precursori del Sionismo politico, il tedesco Moses Hess, aveva pubblicato nel 1862  il suo primo fondamentale testo dal titolo “ Roma e Gerusalemme”. “ Un sentimento che credevo soppresso, rivive”, scrive Hess. “E` il pensiero del mio popolo, legato inseparabilmente al retaggio ancestrale…. Guardiamo per questo a quanto avviene ora in Italia: dalle rovine di Roma nasce un popolo italiano rigenerato”. Non è un segreto che alcuni dei padri del movimento sionista si siano ispirati al nazionalismo italiano. Uno di loro, Zeev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista, ha sottolineato spesso la sua ammirazione per  Giuseppe Mazzini.
D’altro canto, la simpatia di molti italiani per il popolo ebraico è sempre stata trasversale a quasi tutti i movimenti e partiti politici. Durante gli anni Trenta, fu fondata a Civitavecchia una scuola navale dove comandanti italiani formarono i primi quadri della marina israeliana. Dopo la seconda Guerra Mondiale gli italiani aiutarono in diversi modi l’emigrazione in Palestina dei profughi ebrei europei scampati alla Shoah. La complessa operazione di trasporto e imbarco dei sopravvissuti dai porti mediterranei – molti italiani, come La Spezia, Genova, Napoli e Trieste  - ,  chiamata dagli israeliani Alyiah Beth (letteralmente la “seconda salita”),  fu cruciale anche alla nascita dello Stato ebraico. La storia della Alyah Beth è stata anche raccontata da una donna italiana, Ada Sereni, protagonista centrale di questo vasto progetto. Assieme al marito Enzo Sereni – il quale, arruolatosi per conto degli inglesi contro i tedeschi, fu catturato nel 1945 mentre cercava di aiutare gli ebrei nell’Italia occupata, e ucciso a Dachau – Ada è diventata negli anni uno dei simboli del legame esistente tra Italia e Israele.  

La spinta della comunità  italiana  

Non c’è dubbio che la lunga amicizia tra i due Paesi si sia rinforzata anche grazie alla presenza in Israele di una significativa comunità  di origine italiana, la cui autorevolezza si fa sentire in diversi campi della vita israeliana: dalle grandi città ai kibbuz, dalle università agli ospedali, dall’industria alla agricoltura tecnologica. Nella via Hillel, nel cuore della Gerusalemme ebraica, sorge un edificio, costruito nel XIX secolo per essere una scuola cattolica tedesca, che oggi ospita l’antica sinagoga di Conegliano Veneto (1701), ricostruita e divenuta pulsante centro, assieme a un Museo di arte ebraica italiana, della comunità ebraica originaria dall’Italia.
Fu soprattutto su spinta di questa comunita`- la quale, seppure ottimamente integrata nella società israeliana, è rimasta sempre legata alla cultura italiana - che fu possibile fondare agli inizi degli anni Sessanta gli Istituti Italiani di Cultura  sia a Haifa che a Tel Aviv.  

Un lungo abbraccio culturale  

Fin dalle creazione dello Stato, Israele ha mostrato grande attenzione e attrazione per la cultura italiana, con  una consapevole e naturale amicizia anche tra i due popoli. Se si volesse ripercorrere a volo d’uccello il lungo abbraccio culturale tra i due Paesi, bisognerebbe per prima cosa ricordarsi di Arturo Toscanini che nell’inverno 1936-1937 venne a dirigere sulle dune di Tel Aviv una giovane orchestra di musicisti ebrei giunti profughi dall’Europa. L’Orchestra Filarmonica di Israele, che nel 2007 ha compiuto settanta anni,  riconosce con profonda  gratitudine  al grande musicista italiano di essere stato il primo direttore a credere nel suo grande futuro. Per celebrare quel momento di storia, il maestro Riccardo Muti è stato invitato a dirigere la Filarmonica di Israele, il 14 febbraio del 2007, in un concerto dedicato ad Arturo Toscanini. Sofia Loren arriva invece in un kibbuz per girare, nel 1964, il film Giuditta. Nello stesso anno un altro suo grande protagonista, Pier Paolo Pasolini, gira in Israele un documentario per i sopralluoghi del film “Il Vangelo Secondo Matteo”. Da allora molti altri personaggi del cinema italiano sono stati invitati e acclamati in Israele: tra questi Marcello Mastroianni,  Lina Wertmuller, Nanni Moretti, Franco Zeffirelli,  Roberto Benigni. Fu grazie al successo ottenuto nel 1999 al festival del Cinema di Gerusalemme con “La vita è bella” che Benigni conquistò anche il pubblico americano, fino all’Oscar.
Negli anni sessanta e settanta erano popolarissimi in Israele anche i cantanti italiani: Bobby Solo, Gigliola Cinquetti, Domenico Modugno, Albano. Il festival di San Remo, al quale il primo canale della televisione israeliana ha dedicato nel 2009 uno speciale in prima serata, entrava allora in tutte le case e le sue canzoni si intervallavano alle  notizie date da una radio sempre accesa per motivi di sicurezza. Albano torna ancora ogni anno con concerti affollatissimi in tutto il Paese.
Il 15 ottobre del 1951 fu invece la febbre del calcio, con la nazionale italiana che gioco` a Ramat Gan contro una nazionale israeliana alle primissime armi. Nella primavera del 1953 due vie, a Tel Aviv e a Ramat Gan, vengono titolate a italiani. A Tel Aviv si affigge la targa Leonardo da Vinci, a Ramat Gan si dedica la strada a un italiano molto meno conosciuto ma altrettanto importante per il mondo ebraico: Giovanni Palatucci, questore di Fiume, dichiarato da Israele “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato migliaia di ebrei durante l’occupazione nazista. Un altro grande uomo italiano sarebbe stato riconosciuto come “Giusto” nel giugno del 1989: era Giorgio Perlasca, invitato nello Stato ebraico dopo essere stato rintracciato da un gruppo di ebrei ungheresi da lui salvati  a Budapest.  

La vicinanza nei gusti e nei modi di vivere            

Promuovere dunque l’Italia e la cultura italiana in Israele è compito facilitato da questa vicinanza, che per certi versi si riflette anche nei gusti e nei modi di vivere. Nel 1961 l’allora primo ministro David Ben Gurion inaugura la prima macchina per il caffè espresso, “La Favorita”, costruita in Israele da un modello italiano. Da allora gli innumerevoli bar di Tel Aviv fanno a gara per sfornare caffè e cappuccini “migliori” che in Italia. Nel settembre del 1983 il sindaco di Gerusalemme Teddy Kollek si fa trascinare per la via Giaffa in sella a una vespa fiammante, lanciando una nuova moda tutta italiana.          
La forte carica di simpatia per l’Italia esistente in Israele è tuttavia accompagnata da una vera familiarità per la Penisola e, di conseguenza, dalle richieste  di  riceverne un’immagine sempre più aggiornata, moderna, europea e proiettata nel futuro. 
           
Gli Istituti Italiani di Cultura e l’insegnamento della lingua italiana  

Un ruolo chiave ha naturalmente l’insegnamento della lingua italiana, che viene svolto nei seguenti ambiti, raggiungendo un totale di circa 4000 studenti: la Scuola di Lingua dell’Istituto Italiano di Cultura, che oltre alle sedi di Tel Aviv e Haifa ha  altre 25 succursali sparse in tutto il territorio israeliano, raggiungendo circa 2500 studenti; l’affiliazione all’Istituto dei Comitati della Dante Alighieri presenti in Israele (Gerusalemme, Haifa e Nazaret);i corsi intensivi per studenti che si iscrivono alle Università italiane; l’insegnamento della lingua e della cultura italiana in tutti gli atenei israeliani, attraverso tre lettorati (a Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa), una cattedra di lingua italiana finanziata dal Governo italiano presso l’Universita` di Ben Gurion a  Beersheva, e il sostegno da parte dell’Istituto di Cultura ai corsi di lingua e cultura italiana presso l’Interdisciplinary Center di Herzeliya; il reinserimento dello studio della lingua italiana nelle scuole superiori israeliane; infine tramite un progetto pilota guidato e finanziato dall’Istituto che ha aperto corsi curriculari di lingua in 15 licei israeliani.        

Gli Istituti Italiani di Cultura e l’organizzazione di eventi culturali  

L’Istituto Italiano di Cultura - che opera appunto in Israele dal 1960 con le sue due sedi di Tel Aviv e Haifa - si prefigge di raggiungere, con accordi di cooperazione ed eventi culturali congiunti, il grande pubblico israeliano nei luoghi e nelle occasioni culturali più frequentati. A questo fine ogni iniziativa presa dall’Istituto viene concordata con  una istituzione culturale o educativa locale (quasi sempre da essa sollecitata), prodotta e promossa congiuntamente, svolta infine in ambiti già noti al pubblico locale. In questo modo la cultura italiana viene promossa nei musei, nelle sale da concerto, nelle cineteche, nei centri culturali, nelle fiere, nei festival più popolari di Israele, nonché in settori etnico-linguistici diversi. Alcuni esempi di successo, oltre a quelli già elencati: il Padiglione italiano alla Fiera del Libro di Gerusalemme, l’Infiorata di Noto nelle piazze di Tel Aviv e Gerusalemme durante la Pasqua ebraica, la sfilata di macchine antiche sul Lungomare di Giaffa, la partecipazione italiana ai quattro festival cinematografici di Israele, le grandi opere italiane allestite presso il Teatro dell’Opera di Israele, i concerti eseguiti da grandi musicisti italiani nelle sale più famose di Israele (da Salvatore Accardo a Riccardo Muti ai Solisti Veneti), il seminario annuale di conservazione e restauro presso l’Accademia di Belle Arti Bezalel, quello di design presso l’Istituto  Shenkar di Tel Aviv, la grande mostra dei Vetri di Murano presso il Museo Eretz Israel e quella di arte contemporanea italiana (Mentalgrafie) al Museo d’Arte di Tel Aviv, il seminario di ceramica nella cittadina arabo-israeliana di Umm El Fahm, lo spettacolo in italiano prodotto con il teatro arabo-ebraico di Giaffa. Attività  tese sempre a promuovere anche il dialogo interculturale tra i diversi strati della società israeliana e soprattutto tra i differenti gruppi etnici, ebrei, cristiani e musulmani.  

ll bacino d’utenza  

Un’azione rivolta certo alla comunità italiana in Israele (circa 10.000 persone), quella di origine libica (circa 80.000) che ha mantenuto legami con la cultura italiana, all’associazione (Amitei  Italia) che raccoglie migliaia di israeliani che hanno studiato, e continuano a studiare,  nel nostro Paese (con circa 600 nuovi iscritti ogni anno). Una promozione culturale che tende soprattutto a raggiungere tutto il pubblico di Israele: un pubblico in maggioranza  preparato e curioso, con interessi raffinati e poliedrici, che conosce l’Italia e sta riscoprendo l’Europa.            


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